
Questo progetto nasce dalla sottrazione. Ho scelto di eliminare tutto ciò che potesse orientare lo sguardo: la scenografia, la luce costruita, il colore, gli oggetti, il contesto. Rimangono una pellicola in bianco e nero, uno sfondo neutro, gli stessi settaggi per ogni scatto e un corpo, nella sua totale nudità. La serialità diventa un metodo, quasi un rituale. Ogni fotografia prende forma dalle medesime condizioni, come se fosse parte di un unico esperimento visivo. Eppure, proprio all'interno di questa apparente ripetizione, emerge ciò che non può essere replicato. Ogni persona abita l'immagine in modo diverso. La postura, la tensione, la vulnerabilità, la fisicità, la distanza dallo sguardo della macchina fotografica, il modo di occupare lo spazio: ogni dettaglio racconta una presenza irriducibile. La struttura rimane immutata, ma l'identità trasforma ogni fotografia in un'opera unica. Questa scelta è stata anche una sfida personale. Ho voluto rinunciare consapevolmente a qualsiasi elemento esterno capace di rendere un'immagine più spettacolare o più facile da ricordare. Nessun artificio, nessuna narrazione costruita, nessun supporto estetico oltre al soggetto stesso. La domanda che accompagna l'intero progetto è semplice: può una fotografia colpire quando non ha altro da mostrare se non una persona? In questa ricerca ho scoperto che la forza di un'immagine non risiede necessariamente in ciò che viene aggiunto, ma in ciò che si decide di togliere. Quando ogni distrazione scompare, resta soltanto l'incontro tra chi guarda e chi si lascia guardare.